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INVESTO MAGAZINE

Sicilia Bedda!

Un tour nell’isola del sole, della cucina e del design

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Sicilia bedda!

Così dicono a gran voce i suoi abitanti e lo urlano ancor più i suoi emigranti che non se ne allontanano mai per davvero. La conosciamo per le bellezze del territorio, per i colori, per i profumi, i vini e per i suoi piatti. Sappiamo tanto dell’architettura dei suoi palazzi e delle città, ma poco del suo design. Di quello che c’è dentro quella magnificenza. Di ciò che è venuto dopo. Si avverte la volontà di dare un seguito a quello splendore che il mondo ci invidia, dando continuità al bello attraverso l’accuratezza dei dettagli, la scelta dei materiali locali e degli artigiani. Si sente questa forma di rispetto reverenziale nei confronti della tradizione camminando per le strade di Taormina, soggiornando nella campagna di Siracusa, bevendo un gin in un giardino segreto, parlando con un ceramista che porta il nome del nonno greco. La sensazione è che di questa bellezza sia piena l’isola, ma bisogna sapere dove guardare.

A Taormina, come in altre parti della Sicilia, molti hotel e ristoranti sono studiati per attirare il turista, sono confusamente colorati, rumorosi sia nei suoni che li animano, che nella livrea del piumaggio con cui si pavoneggiano.

Un occhio allenato ti porta lontano da questi posti e ti guida altrove.

Al Mèdousa Bistrot and Suites, ad esempio, un posto semplice e perfetto oltre Porta Catania, in fondo a corso Umberto, la via principale del centro di Taormina.

IMG_4571Pavimenti realizzati con cementine esagonali dai toni caldi e naturali, salvia e burro, che creano un percorso dal giardino d’ingresso fino a quello interno privato, attraverso il disimpegno e le singole stanze, tessendo un “filo verde” molto delicato. Nelle suites la grande parete di pietra viva è protagonista. L’illuminazione è curatissima. E questo è forse l’aspetto che più fa sentire a proprio agio. Perchè scegliere le giuste lampade per illuminare i dettagli, è il più bel gesto di accoglienza nei confronti dei propri ospiti. Ma qui siamo in Sicilia, quindi anche il palato deve essere deliziato. Così ti ritrovi seduto all’ombra del tuo porticato scartando un pacchetto con scritto D’Amore, chiedendoti come sarà il bistrot di prossima apertura che completerà la struttura, come possano essere così buone quelle paste, come fanno quei limoni ad essere così gialli.

Si prosegue su Corso Umberto I, lasciando Porta Catania alla spalle alla volta di quello che, sulla carta, sembra essere una tappa obbligata di questo percorso che intreccia Sicilia e design. A metà del corso, mi ritrovo alla scesa Morgana, che dà il nome alla mèta: il Morgana Lounge Bar, dei due soci Christian Sciglio e Guido Spinello.

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Qui l’allestimento, che cambia ogni anno, porta in scena la contrapposizione tra santi e peccatori. L’atmosfera appena si entra è intima e scintillante, proprio come il tema scelto per il 2018. L’ingresso prepara tutti i sensi alla visita, grazie alla presenza di una IMG_4653Champagne gallery che sembra nata insieme al locale, ma che al contrario è di recente installazione. Le pareti ed i soffitti sono di colore scuro, ovunque velluti dai toni molto decisi per le sedute e i divani. A brillare in questa ambientazione ci pensano gli inserti in ottone e gli specchi lavorati e colorati, che riflettono la luce dei faretti sapientemente posizionati. L’illuminazione in questo scenario è fondamentale e la sua regia è davvero magistrale. Alle pareti sono installate delle grate metalliche a maglia larga, molto più ampie di quelle dietro le quali le monache di clausura dei monasteri catanesi si nascondevano dal mondo.

Il richiamo è fortissimo e non sarebbe così evocativo se non fossimo in Sicilia, dove l’incontro del sacro col profano non si chiude mai pacificamente. Guardando la lavorazione di queste grate così curata nel dettaglio, i suoi materiali e la corretta retro illuminazione, è ragionevole pensare che il Morgana sia il perfetto intreccio tra Sicilia a design.

Spogliato di tutti i suoi abiti, restano pavimenti e rivestimenti in marmo bianco, che con la sua lucentezza incarna l’idea della sacralità e dona luce di fondo a tutto il locale.

Spesso la cartina di tornasole nella realizzazioni di locali commerciali, sono i bagni. Questo è l’ambiente che spesso risente del calo di badget o semplicemente di poca considerazione. Non è questo il caso. Anzi. Le piastrelle sono state realizzate appositamente, di colore salmone e verde oliva, con un effetto tridimensionale che incanta per la varietà di suggestioni che evoca. La griglia romboidale a parete è interrotta solo dagli specchi, adattati e incastonati.

Nell’Ibiscus garden, una foresta di foglie in metallo intagliato e curvato fanno da sfondo a questo inaspettato giardino segreto. Come all’interno, anche le scelte progettuali stupiscono per la coerenza. I toni dei cuscini, dei divani e delle foglie si amalgamano perfettamente e le pareti sono intonacate con una lavorazione che richiama ancora una volta le forme della macchia mediterranea.

L’ambiente perfetto per gustare una selezione di Gin davvero degna di nota.

Lasciando Taormina si prosegue verso Siracusa, nella storica tenuta San Michele, al Donna Coraly Resort. Non appena si accede alla proprietà, ci si ritrova in una corte circondati da edifici che sanno di storia, un’antica masseria del 1400 protetta da fossato, una piccola cappella ancora consacrata, ed una serie di rustici del 1600. L’edificio che completa il complesso e che ospita le 5 suites ed il ristorante è un’antica villa gentilizia restaurata dalla proprietà, Lucia Pascarelli, che in quei luoghi c’è cresciuta. Questo legame così forte è tanto evidente sia dal punto di vista umano che “strutturale”. Si capisce dall’accoglienza che è riservata ad ogni ospite, dal servizio tailor made personalizzato in base alle esigenze di ogni cliente, dal tempo che Lucia spende per raccontare della nonna Coraly, delle estati vissute in quelle corti, tra quelle pareti e nei campi, delle vicende storiche che hanno interessato quei luoghi, dell’armistizio che sanciva la fine delle ostilità fra italiani e anglo-americani, siglato nel 1943 in una tenda militare all’ombra di un carrubo, proprio nell’uliveto di San Michele, al cospetto di Eisenhower.

L’aspetto umano è tradotto e perfettamente leggibile in tutto l’intervento di recupero. Sono stati impiegati i migliori artigiani locali e le materie prime più ricercate. Pietra di Modica e pietra di Comiso per i pavimenti ed i rivestimenti, in toni delicati e caldi. Maioliche di Caltagirone fatte a mano spiccano nelle suites, creando un effetto tappeto che sottolinea in maniera marcata la matrice siciliana. A completare l’armonia di questi ambienti ci pensa il legno, quello sbiancato delle travi a vista dei soffitti, e quello degli arredi ottocenteschi tornati a nuova vita grazie alle mani sapienti degli artigiani locali. Le stoffe di letti, divani e poltrone sono creazioni della designer italo-inglese Allegra Hicks, che si è ispirata, per ogni suite, al decoro del pavimento di Caltagirone. Opere d’arte contemporanea creano piccoli e discreti accenti.

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Dalle camere si accede direttamente al giardino privato e al parco botanico, dove si snoda un percorso di erbe aromatiche, di essenze autoctone e tropicali e piante rare come la mano di Buddha e il citrus caviar. Un carrubo segna un ideale punto di fuga di questo percorso, che culmina con l’orto, a servizio del ristorante.

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Al centro del parco si può godere di una piscina – biolaghetto realizzato con pietre naturali polverizzate ed impastate che creano un effetto naturale unico, dovuto anche alla morbidezza delle sue curve di livello. Qui ci si può davvero rilassare e perdersi tra i profumi e i colori di questa macchia mediterranea. Un vero paradiso dei sensi da cui difficilmente vorrete allontanarvi.

Business Class Magazine

Rubrica ARCHIMOOD – Business Class Magazine n°30 / 2018

Quando la ceramica diventa marmo

Laminam I Naturali Noir Desir, 1620x3240x12mm, Top cucina

Marmo, Corian, laminato, legno, resina. Il mercato offre un’ampia gamma di materiali da utilizzare per rivestire le superfici delle vostre case. Ultimamente ai prodotti più classici si sono aggiunti quelli tecnologicamente avanzati. Tra questi uno dei più performanti è sicuramente il grès porcellanato. In sé non è una vera novità, esiste sul mercato ormai da molti anni ed è certamente il prodotto di punta della gran parte del comparto ceramico. Il grès però ora si è fatto “grande”, in tutti i sensi. Ha cambiato il proprio aspetto, le caratteristiche tecniche e le sue dimensioni. Si è evoluto, per andare a coprire una fetta di mercato che prima non gli competeva. Esteticamente ha assunto caratteristiche che lo fanno assomigliare incredibilmente al marmo. Diventa sempre più difficile riuscire a distinguerlo da una pietra vera, anche se un occhio attento coglierà subito l’assenza di imperfezioni o di profondità tipiche dei materiali naturali. A differenza di questi però vanta una serie di peculiarità tecniche ineguagliabili: resistenza agli agenti chimici corrosivi, al calore, al gelo e al fuoco, all’usura, ai graffi, all’abrasione profonda ed alla flessione. L’inalterabilità delle proprietà cromatiche delle lastre le rendono perfette anche in esterno e consentono l’uso di alimenti a contatto diretto con la superficie, in quanto non rilasciano elementi in soluzione.

Il grès è cresciuto anche nelle dimensioni. In commercio troverete lastre da 300 cm di lunghezza e 160 cm di larghezza. Laminam, società leader del settore, ha raggiunto un livello ancora superiore nella produzione di lastre ceramiche, trasformando un semplice rivestimento in un prodotto in grado di depurare l’aria, di svolgere un’azione antibatterica ed eliminare i cattivi odori, grazie al trattamento con Hydrotect.

Questa nuova produzione consente di avere benefici estetici ed ambientali, sia in interni che in esterni. Grazie alla facilità di lavorazione potrete realizzare ad esempio un tavolo che ricrea l’effetto marmo, senza la manutenzione e le accortezze tipiche dei materiali naturali. Potrete creare dei top di forte spessore con una lavorazione a “scatolato” che darà un effetto monolitico di grande impatto al vostro tavolo o alla vostra cucina.

Quello che prima era solo un piano da coprire con una tovaglia, è finalmente diventato un protagonista della vostra casa.

Foto credit Laminam I Naturali Noir Desir, 1620x3240x12mm, Top cucina

Business Class Magazine

Rubrica ARCHIMOOD – Business Class Magazine n°29 / 2018

Italiani, popolo di architetti

foto rubrica Archimood n 29 - credit Insighters

Ammettiamolo. Siamo tutti architetti mancati. Quanti di voi l’hanno pensato almeno una volta nella vita. Chi sia e a cosa serva l’architetto è chiaro a tutti, ma all’atto pratico, quando iniziate a ristrutturare casa, credete spesso di potercela fare da soli, per poi scoprire che non basta avere un gusto spiccato per gli abbinamenti di colore, ma che per fare questo mestiere bisogna avere molte competenze, ed essere: un designer, un burocrate, un traduttore, un commercialista, uno psicologo.

Un designer. Più di ogni altra cosa, l’architetto vi farà visualizzare (vedi rendering) la vostra casa prima ancora di iniziare i lavori, per evitare di scoprire troppo tardi che il pavimento che avete sempre sognato farà a pugni con la cucina di cui vi siete innamorati al salone del mobile.

Un burocrate. L’architetto è una figura che vi guiderà attraverso un iter procedurale che è un campo minato, data la complessità della modulistica, e che a volte risulta oscuro perfino a lui. Vi spiegherà, ad esempio, che si definiscono “manutenzioni ordinarie e straordinarie” e non “ristrutturazioni”, termine utilizzato quest’ultimo quando dovete demolire totalmente o parzialmente un edificio.

Un traduttore. Spesso mi è capitato di prendere incarichi in corso d’opera, in cui il cliente era esasperato per la mancanza di organizzazione, di chiarezza e di trasparenza da parte dell’impresa. Nessuno ha colpe particolari, l’unico problema è la mancanza di un coordinatore che parli entrambi i linguaggi, delle maestranze e del cliente.

Un commercialista. Le detrazioni fiscali e l’IVA agevolata sono sempre argomenti spinosi su cui bisogna essere preparati, anche se non è materia direttamente connessa alla nostra professione. È necessario ad esempio sapere (senza entrare nel dettaglio), che potrete dedurre l’acquisto di un pavimento e la sua posa solo se si parla di “opera finita”, cioè chi vi vende il pavimento è lo stesso soggetto che lo posa.

Uno psicologo. E su questo si potrebbe scrivere un libro. Perchè credo che il massimo momento di tensione per una coppia sia proprio quando decidono di ristrutturare casa.

Mettere mano alla propria abitazione e ai propri risparmi è una questione molto seria che vi porterà a prendere una quantità di scelte e instillerà indecisioni, che trasformeranno la vostra casa per i prossimi 20 anni. Ecco perché è bene rivolgersi a chi quotidianamente gestisce i vostri spazi, le vostre esigenze ed i vostri soldi come fossero i propri.

Foto credit Insighters

 

Business Class Magazine

Rubrica ARCHIMOOD – Business Class Magazine n°28 / 2018

Il biglietto da visita della vostra casa

Immagine rubrica Archimood dicembrerid

Qual è l’ambiente più importante della vostra casa o del vostro ufficio? C’è chi pensa immediatamente al divano (senza nemmeno considerare lo spazio che lo contiene), chi alla cucina, qualcuno alla camera da letto, pochi al bagno. Ma di certo nessuno, alla domanda, risponde l’ingresso.

A ben pensarci però è proprio quello il nostro biglietto da visita. É qui che accogliamo i nostri amici e parenti, nel caso di un’abitazione, ed è qui che ci presentiamo ad un cliente, nel caso di un ufficio. Nell’ingresso lasciamo un ricordo di noi, quando ci congediamo o stringiamo la mano perchè nel mentre un rapporto è nato o si è consolidato.

É il primo ambiente di una residenza, e di certo non è solo un vano di passaggio. Nelle vecchie abitazioni, dagli anni ’30 agli ’80, gli ingressi erano enormi e poco sfruttati. Dagli anni ’90 in poi diventano angusti e privi di sapore. Quello che spesso propongo, è di esagerare! Si può creare un volume vetrato che faccia da ripostiglio e sia inondato di luce artificiale, quasi a diventare un enorme corpo illuminante. Il vetro acidato occulterà la vista all’interno. Un’altra possibilità di creare un filtro tra l’ingresso e il living, è osare con il cartongesso, senza costruire pareti piene, ma realizzando delle finte colonne fuoriscala, a tutta altezza, ideali per riporre cappotti, scarpe o caschi, intervallate con dei vuoti, che verranno enfatizzati con dei faretti incassati.

Non è necessario demolire muri per dare carattere al vostro ingresso. Se ad esempio lo spazio è stretto e lungo, è possibile installare delle ante a tutta altezza grezze, da dipingere come le pareti, che seguano la conformazione dell’ambiente, sacrificando poche decine di centimetri in favore di un vano armadio senza struttura interna, che si sviluppa appunto in lunghezza. Potrete così riporre i cappotti o le scarpe in maniera inusuale, non di lato come siamo abituati nei classici guardaroba, ma di fronte. Una soluzione molto semplice, di grande impatto e sicuramente poco dispendiosa.

Nella ristrutturazione di un appartamento, succede spesso che partendo dall’ingresso si trovino le soluzioni più interessanti, le stesse che magari saranno in grado di dar vita a nuovi scenari e suggestioni.

E ricordate che il carattere di una persona sta alla sua stretta di mano, come l’ingresso alla vostra abitazione.

 

 

Business Class Magazine

Rubrica ARCHIMOOD – Business Class Magazine n°27 Dicembre 2017

Illuminare. Voce del verbo progettare

 

C’è una differenza sostanziale tra installare una lampada in una stanza, ed illuminare un ambiente. Tra posizionare un corpo illuminante partendo dalle vostre esigenze, e limitarsi alla conformazione planimetrica dell’appartamento.

La differenza sta nella consapevolezza della vostra scelta, nel puntare l’attenzione verso le attività che dovete svolgere in quella stanza, pensando a cosa vi interessa valorizzare.

Quando premete quell’interruttore, qual è la reazione? Guardate la vostra lampada? L’ambiente? Oppure passate oltre continuando a fare ciò che stavate facendo?

Quanto tempo dedicate a selezionare un divano o una tenda, quanti negozi visitate per la vostra futura cucina?

Ecco, le lampade non meritano certo meno attenzione, perchè in fondo è durante le ore serali che viviamo principalmente le nostre abitazioni. Lo stesso vale per gli uffici, dove un comfort visivo costante deve essere sempre garantito, anche se in questo caso ha più rilevanza l’aspetto tecnico/tecnologico che non quello estetico.

Pensate poi ai ristoranti dove avete provato la vostra migliore esperienza culinaria. Non riuscirete forse a ricordare in che modo era illuminata la sala, ma ricorderete probabilmente l’atmosfera che vi avvolgeva, la percezione di piacere e di quiete sintetizzata in tre parole: feel like home. Ecco, quella sensazione è figlia di una progettazione illuminotecnica corretta.

Ci sono linee guida sempre valide. Una su tutte, evitate le plafoniere al centro degli ambienti. Spersonalizzano, appiattisco e creano una luce diffusa che scoprirete essere spesso inutile.

Quando ristrutturate il vostro appartamento o ufficio, destinate sempre una percentuale tra il 5 e il 10% del budget all’illuminazione.

E ricordatevi che la luce influisce su fattori psicologici molto più che un tavolino o una poltrona.

Dedicate qualche ora del vostro tempo a questa scelta e fatevi consigliare da un professionista.

Basta poco per sentirsi davvero a casa.

OPERAE – Independent Design Fair

Perchè abbiamo bisogno del design

Giunta ormai alla sua ottava edizione, OPERAE si conferma uno dei territori più interessanti da esplorare tra tutti gli appuntamenti torinesi di questi giorni. Non è solo design, non è solo arte, ma rimane sempre in quel limbo tra i due mondi, abbracciandoli allo stesso tempo.

Questa edizione, dal titolo Why design? enfatizza ancor più questo concetto, dando maggiore spazio ad oggetti e a progetti che tentano di individuare le linee guida nella definizione di una nuova estetica contemporanea.

Se è vero che la differenza principale tra un pezzo di design ed un’opera d’arte è la riconoscibilità della sua funzione, è altrettanto vero che OPERAE travalica questo confine, rendendo insufficiente una definizione inequivocabile di design. La selezione fatta dalla curatrice Alice Stori Liechtenstein è uno specchio di quello che la società contemporanea ricerca, ossia prodotti belli, funzionali, realizzati a mano ed in piccola produzione, se non unici. Quello di cui amiamo circondarci quotidianamente, insomma.

OPERAE è aperta a professionisti, appassionati e a tutti quelli ormai certi che l’autoproduzione e l’indipendenza siano i due aspetti imprescindibili per dei buoni prodotti di design.
Gli interventi in programma vedranno anche la presenza di Stefano Micelli, professore di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che con il libro Futuro Artigiano (Marsilio editore) prima, e Fare è innovare (Il Mulino editore) dopo, è ormai un punto di riferimento nel settore.
Che il futuro in questo campo sia nelle mani dei makers e degli artigiani è una certezza consolidata, come è chiaro che il design sia sinonimo di artigianalità, e che è proprio questa la bandiera che noi italiani possiamo e dobbiamo sventolare a livello internazionale.

Il progetto Handmade, ospitato all’interno di OPERAE, è sintetizzato in maniera esatta dall’espressione “mani intelligenti”, utilizzata del Presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino.
Quando la matita sfacciata del designer e la mano esperta dell’artigiano si scontrano (perchè spesso il rapporto iniziale non è dei più morbidi), si sviluppano oggetti di un certo interesse. Senza scendere nel dibattito tra buono e cattivo design, che sono etichette che solo il fruitore finale può permettersi, è certo che le due figure siano ormai imprescindibili. Quando poi la mano e la matita vengono guidate da un gallerista, ecco allora che tutto il processo creativo raggiunge un obiettivo. Ecco che le “mani” non sono più solo consapevoli ma “intelligenti”.

Camminando tra le sale del padiglione 5 del Lingotto, sono tanti gli stimoli che colpiscono l’occhio e incuriosiscono la mente.
C’è l’immediata empatia dei pezzi di Arthur Offner, che ricalca le forme di Ettore Sottsass e forse per questo risultano così famigliari.
C’è il design, quello puro, di Guglielmo Poletti (realizzato dalla Berrone Livio & C, galleria SEEDS) che trasforma un tubo in una seduta, lavorando solo sulla geometria e compiendo un gesto che passa quasi inosservato, e proprio per questo così efficace.
Ci sono i metalli: ferro, ottone e rame sapientemente lavorati da Mingardo.
C’è la ceramica tornita a mano e prodotta secondo la tradizione etrusca di Manufatto.
Ci sono poi le atmosfere psichedeliche e senza tempo di Superego.

L’aumento degli spazi espositivi, nonostante abbia delocalizzato la fiera dai palazzi storici torinesi che l’avevano ospitata fino al 2016, è stato il segno di un salto qualitativo e non solo quantitativo, che guarda dichiaratamente al futuro.
OPERAE infatti ha saputo variare la qualità dell’offerta, inserendo un’ampia sezione dedicata alla moda indipendente di ricerca, Dreamers, progetto etico ideato da Barbara Casalaspro e Ludovica Gallo Orsi, che guarda al futuro pensando alla sostenibilità come unione di etica ed estetica; un ricco calendario culturale ed un programma di Business Meeting organizzato dalla Camera di Commercio di Torino che mira a portare le aziende a diretto contatto con gli espositori. Importante novità di quest’anno l’inserimento del settore hotellerie.
OPERAE si conferma quindi come una perfetta contaminazione tra due mondi, che a fasi alterne storicamente hanno saputo ripudiarsi, per poi rispettarsi e finalmente guardarsi negli occhi imparando l’uno dall’altra.
L’arte e il design.

pubblicato su Investo Magazine – Novembre 2017

La geometria discreta della luce

Un approccio semplice ed essenziale nella scelta delle lampade

Ne esistono di tanti tipi, per ogni esigenza e gusto. Rappresentano uno degli aspetti fondamentali delle nostre case, perché è dopo il tramonto che viviamo per lo più le nostre abitazioni. Eppure spesso non dedichiamo loro la giusta attenzione, tanto che nella gran parte delle ristrutturazioni sono in molti a rimanere con il classico bulbo installato a centro stanza, anche per un anno dopo la fine dei lavori, procrastinando l’inevitabile: la scelta delle lampade!

Uno degli approcci più suggestivi per caratterizzare un ambiente, quando si sceglie un corpo illuminante, è puntare sulla linearità e sull’essenzialità delle forme, andando oltre la funzione stessa.

Con la loro discrezione estetica, queste soluzioni d’illuminazione, così geometriche e così tecnologiche, rimangono quasi in secondo piano finché rimangono spente. Ecco, allora, che tutto il locale prende vita e diventano di colpo il focus principale, catalizzando l’attenzione, non appena le accendiamo.

Alcuni produttori hanno fatto di questa assenza di virtuosismi e inutili orpelli una filosofia di vita, creando dei pezzi di design che difficilmente passeranno di moda e che siamo certi sapranno stupirvi.

Flos esalta con esattezza questo concetto. Un cavo di alimentazione ed un diffusore a forma di cono o di sfera sono gli unici elementi di cui avrete bisogno. Grazie ai suoi 12 metri di lunghezza potrete inventare qualunque geometria sulle vostre pareti e sul soffitto: il vostro living avrà un tocco di personalità unico, grazie a String Light.

Flos, String Light

Flos, String Light

Davide Groppi, con il modello Neuro, aumenta ulteriormente il grado di libertà grazie ai passacavi (isolatori) che vi consentiranno di sbizzarrirvi senza limiti, trasformando il vostro soggiorno in una tavoletta grafica su cui disegnare ancora e ancora.

Davide Groppi, Neuro

Davide Groppi, Neuro

Bilancella di TOOY è un altro esempio di quanto una figura semplice possa definire un intero ambiente. Ricorda una vecchia bilancia grazie al funzionamento basato sul contrappeso a pavimento che consente appunto di variare l’altezza del diffusore, modificando l’estensione del filo, in questo caso, rosso.

TOOY, Bilancella

TOOY, Bilancella

Ritroviamo queste stesse caratteristiche, elevate alla massima espressione, nella Fosbury, dove anche la fonte luminosa risulta incorporata nelle linearità del disegno. Qui la purezza formale è davvero indiscutibile.

Davide Groppi, Fosbury

Davide Groppi, Fosbury

La lampada Masai nasce per illuminare quadri a parete, ma è senza dubbio interessante immaginarla anche installata in un angolo del vostro living, con la sorgente luminosa diretta verso lo spigolo tra le pareti, a creare un accento di luce indiretta intenso ma discreto.

Davide Groppi, Masai

Davide Groppi, Masai

Ipnos di Flos è un parallelepipedo in alluminio che definisce i contorni di uno spazio vuoto e racchiude una luce a led perfettamente nascosta, tanto che genera non poche perplessità sulla sua funzione quando è spenta. La curiosità negli occhi dell’osservatore è uno dei suoi punti di forza. E’ utilizzabile sia in interni che esterni.

Flos, Ipnos

Flos, Ipnos

Un aspetto fondamentale di tutti questi modelli è che possono essere collocati dovunque vogliate, al centro stanza o accanto ad una parete, anche senza la presenza di un punto luce precedentemente predisposto: questo significa che non dovrete creare nuove tracce o mettere mano all’impianto elettrico.

Non vi resta quindi che lasciarvi ispirare da tanta semplicità, scegliere da quale geometria farvi conquistare ed iniziare a comporre le vostre pareti ed i vostri soffitti in piena libertà, come fa un pianista coi suoi tasti bianchi e neri.

Buona composizione!

pubblicato su Archiproducts – Aprile 2016

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